Nella memoria degli Stati Uniti, «giorno dell’infamia» è il 7 dicembre 1941, data dell’attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor. L’evento spinse gli Stati Uniti a entrare nella seconda guerra mondiale e ispirò il famoso discorso del presidente Franklin D. Roosevelt all’indomani dell’accaduto.
Ma io ho voluto intitolare «Il giorno dell’infamia» una poesia che ho appena scritto per ricordare il 6 agosto del 1945, quando gli USA lanciarono la prima bomba atomica su Hiroshima.
Il giorno dell’infamia
Sono le otto e quindici. Splende il sole, luminoso nel cielo azzurro, un cielo terso, senza nuvole. Ma oggi il ragazzino è diventato malvagio.
Fuggi, Sadako, dall’uccello della Morte, uccello d’acciaio dal nome di donna. Un falso uomo vi vuole sottoterra, presidente a caccia di potere.
Riparati, fanciulla, fallo in fretta. L’aquila calva oggi ha sete del vostro sangue innocente, sangue offerto a una colpevole vendetta.
È diventata Morte, la distruttrice dei mondi, madre del Dolore.
Vorrei vedere nel cielo blu non l’Enola Gay, ma mille gru.
Non sganciare quella bomba, non farlo, Paul, non lasciarti ingannare. Forse puoi ancora salvarti prima che il demonio suoni la sua tromba.
Quando il secondo sole splende, dentro di me inorridisce l’anima. Questo è il vero giorno dell’infamia, quando una nera pioggia discende.
È per te, pura e dolce Sadako, che oggi nel mio cuore piango; per te e per tutti gli altri che con dolore ricordo e prego.
Come vorrei, piccola mia, che tu potessi finire il senbazuru: salveresti allora la tua vita, e forse anche l’anima dei crudeli generali.
Te ne sei andata, Sadako, e siamo rimasti soli. Ma il distruttore dei mondi vuole tornare.