Verso un’ecologia della pace

Sognando un’ecologia della pace 

Per me, la pace è sempre stata una priorità: mi sembra assurdo che degli esseri umani debbano uccidersi a vicenda per due bandiere di colori diversi e per gli interessi dei signori della guerra.

ecologia della pace

Credo che siano le piccole cose di ogni giorno a renderci felici, non certo la possibilità di vantarci del posto che il nostro Paese occupa nella classifica delle potenze mondiali.

Quando penso alla guerra fra la Russia e l’Ucraina, e sento i governi occidentali parlare sempre più spesso della necessità di prepararci a un confronto con la principale potenza nucleare del pianeta, non posso fare a meno di preoccuparmi.

Mi tornano allora alla mente i miei anni universitari e gli insegnamenti di uno dei pensatori occidentali che più mi hanno influenzato: Gregory Bateson.

Viviamo in un mondo di causalità circolare, ma continuiamo a pensarlo come se fosse lineare. Così diventiamo ciechi alle conseguenze delle nostre stesse azioni.

Ricordo che quando cadde l’Unione Sovietica ero contento. Pensavo che la Guerra Fredda fosse finalmente terminata. Eppure, proprio alla luce degli insegnamenti di Bateson, una parte di me si interrogava su come sarebbe potuto evolvere il mondo una volta alterato il suo meccanismo omeostatico dalla scomparsa di una delle due superpotenze.

Probabilmente, immerso in questi pensieri, mi addormentai.

E dormendo sognai. O forse fu una visione mandatami dagli dèi dell’Olimpo.

Nel sogno mi trovavo in una stanza piena di mappe che lentamente si trasformavano in reti di relazioni. Entrò Gregory Bateson. Mi parlava non come avrebbe fatto un politico né come uno stratega militare, ma come un ecologo della mente.

«Sai, Carlo» disse. «Vedo che gli uomini continuano a credere che i conflitti siano fatti di territori, eserciti e confini. Ma il territorio non è la mappa, e la guerra non è la causa: è il sintomo di un sistema relazionale patologico.

Quando un sistema entra in una spirale di escalation simmetrica, ogni azione di una parte diventa la giustificazione dell’azione dell’altra. Ognuno dice: «Io reagisco soltanto». E così nessuno vede di essere parte del circuito che alimenta il conflitto.

L’Ucraina, la Russia, l’Europa, gli Stati Uniti: non sono attori isolati. Sono nodi di una rete di feedback. Finché ciascuno definirà la propria sicurezza come risposta all’insicurezza percepita dell’altro, il sistema produrrà inevitabilmente più paura e più armamenti.»

Mi guardò e prese una matita.

«Quando un sistema è bloccato, la soluzione non si trova allo stesso livello logico del problema. Non si esce dall’escalation vincendo l’escalation. Occorre un cambiamento di cornice.»

Disegnò due persone che tiravano una corda.

«Se il problema è decidere chi tirerà più forte, qualsiasi soluzione appartiene ancora al gioco del tiro alla fune. La creatività consiste nel cambiare gioco.»

Gli chiesi quale potrebbe essere, oggi, un cambiamento di gioco.

verso un'ecologia della pace

Verso un’ecologia della pace 

Bateson sorrise.

«Non una pace imposta. Non una vittoria totale. Quelle sono fantasie lineari.

Immaginerei invece la creazione di una vasta zona di cooperazione obbligatoria, in cui gli interessi delle parti siano intrecciati in modo tale che il costo della guerra diventi sistemicamente superiore a qualsiasi vantaggio ottenibile.

Per esempio, regioni contese amministrate attraverso organismi multilaterali temporanei, grandi progetti energetici e ambientali gestiti congiuntamente, università comuni, programmi di scambio tra giovani, città gemellate e sistemi economici che distribuiscano benefici a tutte le parti coinvolte.»

Poi aggiunse:

«La cosa importante non è la singola misura. È la struttura delle relazioni. In ecologia, gli organismi sopravvivono non perché eliminano ogni conflitto, ma perché sono inseriti in reti di interdipendenza.

La pace stabile non nasce dall’equilibrio delle forze, ma dall’equilibrio delle relazioni.»

La stanza si riempì di immagini di fiumi.

«Guarda un fiume. Non vince contro le rocce. Trova nuovi percorsi.

Gli esseri umani sono straordinariamente intelligenti nel risolvere i problemi che essi stessi hanno creato e sorprendentemente lenti nel vedere i modelli che li generano.

La vera domanda non è: «Chi ha ragione?». La vera domanda è: «Quale tipo di relazione produce continuamente questa situazione?»»

Mentre il sogno svaniva, Bateson lasciò un’ultima frase:

«Quando due sistemi sono intrappolati in una lotta per la sopravvivenza, la soluzione creativa consiste nel progettare una realtà nella quale la sopravvivenza dell’uno dipenda dal benessere dell’altro. Questo non elimina il conflitto, ma lo trasforma. Ed è la trasformazione, non la vittoria, che caratterizza l’intelligenza dei sistemi viventi.»

«Non andartene, ti prego!» gli gridai. «Capisco quello che dici, ma come si fa a fermare quelli che sulle guerre costruiscono la propria ricchezza? Torna indietro, aiutami a comprendere.»

Bateson si voltò e sorrise.

«Ne parleremo nel prossimo sogno, amico. Adesso devi andare a lavorare.»

Mi svegliai con la sensazione che la domanda non fosse più come fermare una guerra, ma come ridisegnare il sistema di relazioni che la rende possibile.

E anche se ho ancora tanti dubbi e tante incertezze, mi sento sempre più convinto che un mondo di pace lo possiamo costruire. Dobbiamo però comprendere l’ecologia della pace 

Grazie, Gregory.

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